Onoranze funebriVi hanno chiesto di dire qualche parola, oppure vi siete offerti e adesso non sapete da dove cominciare. È un compito che spaventa più del dovuto, e che con una struttura diventa affrontabile.
Due o tre minuti. Trecento, quattrocento parole al massimo.
Non è poco: è quanto le persone riescono ad ascoltare in quello stato. Un elogio di dieci minuti perde tutti, compreso chi lo legge.
Chi ha ascoltato ricordera’ una frase. Il vostro compito è fare in modo che ci sia.
Una riga. “Sono suo nipote”, “abbiamo lavorato insieme trent’anni”. Serve a chi in chiesa non vi conosce.
Non un aggettivo: una scena.
Non “era generoso”, ma “teneva sempre un secondo caffe’ pronto, perché qualcuno passava sempre”. Non “amava la campagna”, ma “alle sei del mattino era già in vigna anche a ottant’anni”.
È questa la parte che le persone ricordano. Una sola immagine, raccontata bene.
Una cosa che avete imparato, un modo di fare che avete preso da lui, una frase che ripeteva.
Due righe. Non serve una chiusa solenne: “ciao nonno” detto con la voce che trema vale più di qualunque frase costruita.
Capita, e nessuno ne parla. Non tutti i defunti sono stati padri affettuosi o mariti facili, e leggere un elogio falso è penoso per chi sa.
Si può essere onesti senza essere crudeli. Si sceglie una cosa vera e la si racconta. “Non era uomo di parole, ma alle sei del mattino era già in piedi per noi” è vero, e chi ascolta capisce tutto.
Il rispetto non richiede di mentire. Richiede di scegliere.
È la vera preoccupazione, e ci sono cose pratiche che funzionano.
Scrivetelo per intero. Non punti, non scaletta: il testo completo. A memoria, in quel momento, non si va da nessuna parte.
Stampatelo grande. Corpo 16 o 18, righe spaziate. Con gli occhi lucidi un testo piccolo è illeggibile.
Leggetelo tre volte ad alta voce a casa. Piangere leggendolo in cucina la sera prima è normale ed è utile: la quarta volta si regge meglio.
Portate una copia a un’altra persona. Se vi bloccate, subentra e finisce. Saperlo toglie metà della paura.
Fermatevi se serve. Un silenzio di dieci secondi in chiesa non è un incidente. Bevete, respirate, riprendete. Nessuno guarda l’orologio.
Se non ce la fate, non è un fallimento. Può leggerlo qualcun altro, e resta vostro.
Potete scriverlo e farlo leggere. Molte famiglie fanno così: lo scrive la figlia, lo legge un nipote più giovane che regge meglio.
In un funerale religioso, di norma al termine, prima del commiato, se la parrocchia lo consente. Va concordato prima.
In un funerale civile, dove volete: di solito subito dopo l’apertura.
Mettetevi d’accordo prima e dividetevi i pezzi: uno racconta il lavoro, uno la famiglia, uno gli ultimi anni.
Tre interventi da due minuti funzionano. Sei da cinque no, per nessuno.
“Il nonno era una persona buona e generosa, sempre disponibile con tutti. Ha lavorato una vita con onesta’ e ha cresciuto tre figli. Ci mancherai.”
Tutto vero, e potrebbe riguardare chiunque.
“Il nonno aveva sempre un secondo caffe’ pronto sul fornello. Non chiedeva mai se ne volevi: te lo metteva davanti. In cinquant’anni credo che in quella cucina siano passati mezzo paese e tutti i rappresentanti di passaggio. Ha smesso quando non riusciva più ad alzarsi, e credo gli sia dispiaciuto più di tutto il resto. Ciao nonno.”
Stessa lunghezza. Ma la seconda è lui, e chi ascolta lo rivede.
Se non vi viene niente, rispondete per iscritto a queste domande. Una delle risposte sarà l’elogio.
La terza domanda è quella che produce gli elogi migliori, e quasi nessuno se la pone.
Date una copia alla famiglia. Verrà riletta, e spesso finisce conservata insieme alle fotografie.
È una delle poche cose di quel giorno che restano scritte.
Cambia il registro, non la struttura. Restate su cosa faceva e come lo faceva, con un episodio concreto, ed evitate il tono aziendale.
“Non l’ho mai visto alzare la voce con un cliente, nemmeno con quelli impossibili. Diceva che il cliente difficile è quello che torna.”
Vale più di qualunque elenco di risultati.
È la situazione più difficile che esista, e l’unica regola utile è: ancora più breve.
Un’immagine, una frase, e basta. Nessuno si aspetta niente di più, e ogni parola in più pesa.
Certamente, ed è una scelta che molti trovano più sostenibile. Aggiungete una riga vostra prima o dopo: spiega perché avete scelto quel testo.
Parlate del defunto e basta. Nessun riferimento ad altri, nessuna allusione. Chi sa capisce, e chi non sa non deve accorgersene.
Appena possibile, e comunque il giorno prima. Alcune parrocchie chiedono di leggere il testo in anticipo: non è censura, è prassi.
Se proprio non sapete come partire, usate questa traccia e sostituite le parti fra parentesi.
“Sono (nome), (il rapporto con il defunto).
Di (nome del defunto) mi resta soprattutto una cosa: (l’immagine concreta, un gesto, un’abitudine, una scena).
(Un dettaglio in più su quella scena: quando succedeva, con chi, perché la ricordate.)
Mi ha insegnato (una cosa sola, detta semplice).
(Il congedo: due parole vostre.)”
Sono cinque frasi. Riempite così, stanno in due minuti e funzionano meglio di qualunque testo elaborato.
Non serve aver deciso niente, e non serve avere i documenti pronti. Se avete un dubbio, chiamate: rispondiamo anche solo per spiegarvi come funziona.
0173 611582
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Via San Sebastiano 25/A, Guarene (CN). Sulla provinciale che sale al paese, con parcheggio davanti all’ingresso: a otto minuti dal centro di Alba.
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