Onoranze funebriQuasi tutti hanno sentito parlare delle cinque fasi del lutto: negazione, rabbia, contrattazione, depressione, accettazione. E quasi tutti, quando si trovano dentro un lutto vero, si accorgono che le cose non funzionano cosi’.
Non e’ un vostro problema. E’ che quel modello non nasce per descrivere il lutto di chi resta.
Fu formulato negli anni Sessanta osservando persone che stavano affrontando la propria morte, non familiari in lutto. Venne poi esteso al lutto, e con il tempo si e’ trasformato in un percorso a tappe che nessuno ha mai dimostrato.
L’autrice stessa chiari’ negli anni successivi che non erano fasi da attraversare in ordine, ne’ uno schema da completare.
Il danno di quella semplificazione e’ concreto: chi non si riconosce nello schema pensa di sbagliare qualcosa.
Il lutto assomiglia molto piu’ a onde che a scale.
Ci sono giorni in cui si funziona bene e giorni in cui non si riesce ad alzarsi. Ci sono settimane buone seguite da un crollo senza motivo apparente. Ci si sente in colpa per aver riso.
E le emozioni non si presentano una per volta: sollievo e dolore insieme, amore e rabbia nello stesso pomeriggio.
Le prime settimane sono spesso vissute in una specie di anestesia. Si organizza il funerale, si parla con le persone, si fanno le pratiche, e sembra di guardare tutto da fuori.
E’ una reazione protettiva. Molte persone si spaventano di non sentire niente: non e’ freddezza, e’ il modo in cui la mente dosa.
Il momento peggiore arriva spesso a distanza di settimane, quando la casa si svuota e non chiama piu’ nessuno.
Chi sta intorno pensa che il piu’ sia passato. Per chi resta e’ l’inizio.
Cercare la persona nella folla, sentirla in casa, chiamarla per abitudine, alzare il telefono per raccontarle qualcosa.
E’ un’esperienza normalissima e spaventa molti. Non e’ un segno di squilibrio.
Verso i medici, verso chi c’era e chi non c’era, verso chi da’ consigli. A volte verso il defunto, e quella e’ la piu’ difficile da ammettere.
“Potevo insistere per un altro esame”, “l’ultima volta ero di fretta”, “non ero li’ quando e’ successo”.
E’ quasi universale, e quasi sempre riguarda cose su cui nessuno aveva potere.
Dopo una malattia lunga il sollievo c’e’, ed e’ il sentimento di cui ci si vergogna di piu’.
Non toglie nulla all’amore. Dice solo che erano mesi durissimi anche per voi.
Non esiste un tempo.
Quello che si osserva e’ che l’intensita’ cambia: nei primi mesi il dolore occupa quasi tutto, poi comincia a lasciare spazi. Non sparisce — si impara a portarlo, e la vita ricresce intorno.
Chiunque vi dica che dopo un anno dovreste stare meglio sta dicendo una cosa che non sa.
Il primo anno ha degli scogli prevedibili: il compleanno, l’anniversario del matrimonio, il Natale, il 2 novembre, l’anniversario della morte.
Sapere che arrivano aiuta. Molte persone stanno peggio nei giorni prima che nel giorno stesso.
Non c’e’ una soglia netta, ma alcuni segnali dicono che vale la pena parlarne con qualcuno:
L’ultimo punto merita una risposta immediata: parlatene subito con il vostro medico, o con un servizio di emergenza. Non e’ una cosa da tenere per se’ e non c’e’ nulla di sbagliato nel dirlo.
Chiedere aiuto non significa non farcela. Il primo passo piu’ semplice e’ il medico di base, che conosce i servizi disponibili sul territorio.
Non esiste un modo giusto di soffrire.
Chi piange tutti i giorni non ama di piu’ di chi torna al lavoro dopo una settimana. Chi tiene la camera intatta non e’ piu’ fedele di chi la svuota a marzo.
Quello che state facendo, in questo momento, e’ quasi certamente normale.
Al posto delle fasi, chi studia il lutto oggi descrive piu’ spesso un movimento a oscillazione: si alterna fra due modi di stare.
Ci sono momenti in cui si sta dentro la perdita: si piange, si guardano le fotografie, si va al cimitero, si parla di lui.
E momenti in cui si sta dentro la vita che continua: si lavora, si sistemano le pratiche, si ride con qualcuno, si pensa ad altro.
Il passaggio continuo fra questi due modi non e’ incoerenza: e’ esattamente il meccanismo che permette di reggere. Nessuno sopporterebbe il dolore a pieno regime per mesi, e nessuno puo’ evitarlo del tutto.
Se vi capita di sentirvi bene per un pomeriggio e in colpa la sera, quello che state facendo e’ funzionare correttamente.
Non e’ solo un’esperienza emotiva, ed e’ un aspetto quasi mai raccontato:
La confusione mentale spaventa molte persone, che temono di stare perdendo colpi. E’ una manifestazione comune del lutto e rientra.
Se pero’ i sintomi fisici sono importanti o persistenti, parlatene con il medico: il lutto puo’ slatentizzare o peggiorare condizioni preesistenti, ed e’ un periodo in cui vale la pena non trascurarsi.
Dopo una lunga malattia il lutto ha una forma diversa. Il dolore e’ spesso accompagnato da sollievo, e il sollievo da colpa.
C’e’ anche un vuoto specifico: per mesi le giornate erano organizzate intorno all’assistenza, e improvvisamente non c’e’ piu’ niente da fare. Quel vuoto e’ una delle esperienze piu’ comuni fra chi ha assistito, e prende alla sprovvista.
Perdere una persona con cui i conti non tornavano e’ piu’ complicato, non piu’ semplice.
Si piange anche quello che non c’e’ stato, e la possibilita’ di sistemare le cose si chiude per sempre. Rabbia e dolore convivono, e chi sta intorno spesso non capisce.
E’ una delle situazioni in cui parlarne con qualcuno di esterno aiuta piu’ che in altre.
Non serve aver deciso niente, e non serve avere i documenti pronti. Se avete un dubbio, chiamate: rispondiamo anche solo per spiegarvi come funziona.
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Capita per motivi seri e per motivi banali: si è lontani, si è malati, si scopre tardi, si è in una situazione che non lo consente.
E capita anche per una ragione che nessuno ammette: non ce la si fa.
Questa pagina serve a chi resta con quel peso addosso.
La partecipazione a un funerale non è un obbligo e non è una misura dell’affetto.
Ci sono persone che hanno voluto un bene enorme a qualcuno e non sono riuscite a entrare in quella chiesa. Non è indifferenza: è che ognuno regge quello che riesce.
È la cosa che conta, e vale più della presenza fisica di chi c’è senza dire niente.
Un messaggio, una telefonata, un biglietto. Non serve dire qualcosa di intelligente.
Le regole sono tre, e sono semplici:
L’ultima è la più importante e nessuno la segue: in quei giorni arrivano decine di messaggi, e la famiglia non ricollega tutti i nomi.
Le scuse lunghe. “Mi dispiace non poter esserci” basta: nessuno vi chiedera’ il motivo, e spiegarlo in tre paragrafi sposta l’attenzione su di voi.
Si possono far arrivare anche a distanza. Se non sapete a chi rivolgervi, potete chiedere a noi: ci coordiniamo perché arrivino nel posto giusto all’ora giusta.
Se sul manifesto c’è scritto “non fiori ma opere di bene”, rispettatelo: è una scelta, non una formalita’.
È la situazione più frequente di tutte, e c’è una cosa che vale la pena sapere.
Scrivere in ritardo è meglio che non scrivere.
Anzi: a due settimane o a un mese, quando la casa si è svuotata e non chiama più nessuno, un messaggio vale molto di più che nei giorni del funerale, quando ne arrivano cento.
Non serve giustificare il ritardo. “Ho saputo solo ora, mi dispiace molto” è sufficiente.
Se avere partecipato contava per voi, ci sono modi di farlo dopo:
L’ultima merita una nota. A distanza di mesi, ricevere il racconto di un episodio che non si conosceva — qualcosa che vostro padre ha fatto, una cosa che ha detto — è fra i regali più grandi che si possano fare a una famiglia.
È un motivo valido quanto gli altri, e non dovete dirlo a nessuno.
Alcune persone non riescono a partecipare a un funerale perché ne hanno attraversato un altro da poco, perché quella morte le riguarda troppo da vicino, o semplicemente perché non ci riescono.
Non è debolezza. E la famiglia, se lo sapesse, quasi sempre capirebbe.
Un’ultima cosa, rivolta a chi riceve.
Non tenete il conto di chi c’era. In quei giorni non ricorderete comunque niente, e le assenze hanno quasi sempre ragioni che non conoscete.
Il libro delle firme vi dira’ chi è passato. Chi non c’è scritto non ha necessariamente scelto di non esserci.
Non è il funerale: è un mese dopo.
Nei primi giorni la casa è piena. Dopo tre settimane non chiama più nessuno, ed è li’ che il lutto pesa.
Se non siete riusciti a esserci al funerale, quello è il momento per farvi vivi. Vale più di tutta la presenza della prima settimana, e quasi nessuno lo fa.
Capita, soprattutto per le persone molto anziane: chi le conosceva è morto prima, i colleghi sono sparsi, i vicini sono cambiati.
Una chiesa vuota fa male, e vale la pena dirlo apertamente.
Due cose che aiutano:
Avvisare direttamente. Nei paesi il manifesto raggiunge molti, ma chi vive fuori no. Una telefonata o un messaggio a dieci persone porta dieci persone.
Non misurare l’affetto sul numero. Un funerale con dieci persone che c’erano davvero vale più di uno con cento che passano di corsa.
Nelle settimane successive arrivano messaggi da chi non sapeva, da chi non è riuscito, da chi ha saputo tardi.
Non sono in ritardo: sono le persone che arrivano quando la casa si è svuotata, ed è esattamente il momento in cui servono di più.
Se conoscevate la persona, scrivete alla famiglia un episodio che vi riguarda: qualcosa che ha fatto, una cosa che ha detto, una volta che vi ha aiutato.
A distanza di mesi, ricevere il racconto di qualcosa che non si sapeva è fra i regali più grandi che si possano fare. Vale più di qualunque frase di circostanza, e quasi nessuno lo fa.
È la cosa che fa più male: scoprire dopo settimane che qualcuno è morto e nessuno ve l’ha detto.
Quasi sempre non è una scelta. Nei giorni del funerale le famiglie avvisano chi hanno in rubrica e chi qualcuno si ricorda di nominare: le dimenticanze sono tantissime e non hanno significato.
Scrivete comunque, dicendo semplicemente che avete saputo ora. Nessuno se la prendera’ con voi, e alla famiglia fara’ piacere sapere che c’era qualcun altro che gli voleva bene.
Nessuno tiene il conto di chi c’era e chi no, tanto meno la famiglia, che di quelle ore non ricorda quasi niente.
Quello che resta, a distanza di mesi, sono le persone che si sono fatte vive quando la casa si era svuotata. Se non siete riusciti a esserci al funerale, potete essere una di quelle.
Oltre ai fiori, alcune cose che le famiglie apprezzano:
La seconda è quella che sorprende sempre: una foto di vent’anni fa, in un contesto che la famiglia non conosceva, vale più di qualunque composizione floreale.
Se state esitando perché non sapete cosa dire, scrivete questo: “Mi dispiace molto. Non sono riuscito a esserci. Vi penso.”
Va bene così. Nessuno si aspetta di più.
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È una domanda pratica che le famiglie fanno con imbarazzo, e che serve davvero: c’è chi deve prendere un treno, chi ha figli da recuperare a scuola, chi deve dire a un parente anziano quanto stara’ in piedi.
| Cosa | Quanto dura |
|---|---|
| Chiusura del feretro, a casa o in struttura | Pochi minuti |
| Trasferimento fino alla chiesa | Secondo la distanza |
| Messa esequiale | 45 minuti – 1 ora |
| Rito senza messa | 20 – 30 minuti |
| Cerimonia civile | 20 – 40 minuti, secondo cosa si inserisce |
| Uscita e condoglianze | 15 minuti – oltre un’ora |
| Corteo fino al cimitero | Pochi minuti a piedi, secondo il paese |
| Sepoltura | 15 – 30 minuti |
In totale: da poco più di un’ora per una cerimonia raccolta, a due ore e mezza per un funerale molto partecipato.
Non è la cerimonia: è l’uscita.
Con trenta persone si esaurisce in un quarto d’ora. Con trecento può durare più della messa, perché ognuna vuole salutare la famiglia.
È anche la parte più faticosa per i familiari, ed è l’unica su cui si può intervenire: stabilendo un punto solo dove ricevere e mettendo delle sedie.
La formula che funziona, quando qualcuno chiede a che ora finisce:
“La messa è alle 15, dovremmo essere al cimitero verso le 16:30, e finisce li’.”
È onesta e permette a chi ha impegni di organizzarsi. Se dite “verso le 16” e finite alle 17, mettete in difficolta’ chi vi ha creduto.
Non è obbligatorio andare al cimitero. Molti salutano in chiesa e non proseguono, ed è del tutto normale.
Se dovete andare via prima, andate: nessuno lo nota e nessuno lo commenta.
Se qualcuno viene da fuori regione, le informazioni che gli servono sono quattro:
La seconda è quella che manca sempre: se il funerale è in un paese e il cimitero in un altro, chi non è della zona non lo immagina.
In molte parrocchie della zona si recita il rosario, e dura in genere fra i venti e i trenta minuti.
Vale la pena saperlo per una ragione pratica: nei paesi al rosario viene spesso più gente che al funerale, perché è la sera e chi lavora riesce a esserci.
Se avete parenti che lavorano, è l’occasione più facile per loro.
Se il defunto è esposto in casa, la veglia occupa i giorni fra il decesso e il funerale.
Il consiglio più utile che possiamo dare: scrivete gli orari sul manifesto. Per esempio dalle 15 alle 19.
Senza, la casa resta aperta dalla mattina alla sera e la famiglia non ha un momento per sedersi. Con gli orari scritti nessuno si offende: chi legge sa quando andare.
In alcune famiglie ci si ritrova a casa o al ristorante. Non è un obbligo, e chi non è invitato esplicitamente non dovrebbe presentarsi.
Se lo fate, mettete in conto altre due o tre ore. Molte persone raccontano che quel momento — con le storie e qualche risata — è stato quello in cui hanno cominciato a respirare.
Le famiglie sottovalutano sempre questa parte.
Fra scelta degli abiti, testo del manifesto, telefonate, accoglienza di chi passa e organizzazione della giornata, il giorno prima è pieno.
Se lavorate, non contate di poterci mettere due ore: mettetene in conto una giornata.
La mattina stessa vi diciamo la sequenza esatta: a che ora arriviamo, quando esce il feretro, dove vi mettete, cosa succede al cimitero.
È la cosa che le famiglie ci dicono di aver apprezzato di più: sapere in anticipo cosa aspettarsi toglie metà dell’ansia di quella mattina.
È l’informazione per cui questa pagina serve di più.
Un funerale con messa, uscita e cimitero significa circa due ore in piedi, spesso all’aperto e con qualunque tempo.
Cosa si può fare:
Non cambia niente di sostanziale: il funerale si fa, il corteo si accorcia.
Portiamo noi gli ombrelli e ci occupiamo del riparo all’uscita e al cimitero. Non è una cosa a cui dobbiate pensare voi.
Tre cose incidono, e sono tutte locali.
La distanza fra chiesa e cimitero. Nei paesi di crinale come Guarene il cimitero può essere lontano dal concentrico; in altri è a duecento metri.
Se il corteo si fa a piedi. Nei paesi una parte delle persone segue a piedi, e questo aggiunge tempo ma è anche il momento più sentito della giornata.
Gli orari fissi dei trasporti. Ad Alba, per esempio, l’orario del trasporto funebre è stabilito dal Comune e cambia con la stagione: la cerimonia va incastrata con quella fascia.
Sono cose che verifichiamo noi e che vi diciamo prima, così potete organizzare la giornata sul serio.
Per chi arriva da lontano, la regola pratica: arrivare la sera prima se possibile.
Un funerale alle 15 con partenza la mattina stessa da un’altra regione significa arrivare di corsa, senza aver visto la famiglia e senza poter restare dopo.
Se dovete ripartire in giornata, ditelo alla famiglia: capiranno, e potrete salutarli prima invece di sparire a metà.
La mattina stessa vi spieghiamo la sequenza: a che ora arriviamo, quando esce il feretro, dove vi mettete, cosa succede al cimitero, e quando finisce.
Sapere in anticipo cosa aspettarsi toglie metà dell’ansia di quella giornata, ed è la cosa che le famiglie ci dicono di aver apprezzato di più.
Se dovete coordinare parenti che arrivano da fuori, la cosa più utile è mandare un solo messaggio con tutte le informazioni: luogo esatto con il Comune, orario, dove parcheggiare, se il cimitero è altrove, e a che ora si finisce.
Un messaggio scritto bene evita venti telefonate in un giorno in cui non avete voglia di rispondere al telefono.
E se qualcosa slitta di mezz’ora, non è un problema: nei funerali capita, e nessuno se ne ha a male.
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È una delle poche decisioni che la famiglia prende davvero, ed è anche una di quelle su cui nessuno sa cosa sia consentito.
Lo scegliete voi. Lo ritiriamo noi, oppure ce lo portate quando volete.
Non serve il vestito buono. Anzi: nella nostra esperienza le famiglie che scelgono quello che indossava davvero sono quelle che a distanza di tempo si dicono più soddisfatte.
Un maglione, una camicia che gli piaceva, il vestito del matrimonio, la tuta se era uno che stava in tuta. Nessuno giudica, e chi viene a salutarlo riconosce la persona.
Se non ve la sentite di aprire l’armadio, chiedete a qualcun altro. E se proprio non riuscite, ce ne occupiamo noi con quello che troviamo.
Molte famiglie desiderano lasciare qualcosa. Si può, e sono i gesti che poi si è contenti di aver fatto.
Ditecelo prima della chiusura, che avviene la mattina del funerale: dopo non si può più.
È la domanda che ci fanno con più imbarazzo, e merita una risposta pratica.
La fede nuziale resta quasi sempre. È la scelta più comune, ed è anche quella che alcune famiglie rimpiangono: non c’è una risposta giusta.
Orologi, catenine, anelli: decidete voi. Se volete conservarli, ditecelo prima della vestizione. Dopo diventa più complicato, e nessuno vuole trovarsi a chiedere di riaprire qualcosa.
Succede, e su questo più che su altro.
Quello che funziona: decidere prima, tutti insieme, in due minuti. E ricordarsi che un oggetto che resta con lui non è perso, e uno che resta alla famiglia non è un tradimento.
Qui ci sono limitazioni tecniche, non di gusto.
Non si possono mettere, in genere:
Vanno bene: fotografie, lettere, disegni, oggetti piccoli in materiali naturali, indumenti in fibre naturali.
Anche il cofano segue regole proprie: per la cremazione si usa in genere legno chiaro non trattato, senza parti metalliche rilevanti. Non è un ripiego economico, è quello tecnicamente adatto.
Alcuni dispositivi impiantati — pacemaker e simili — vanno rimossi prima della cremazione, per ragioni di sicurezza dell’impianto.
È una procedura ordinaria di cui ci occupiamo noi. Serve solo che ci diciate se la persona ne aveva uno: se non lo sapete, lo verifichiamo con i sanitari.
La mattina del funerale il feretro viene chiuso. È un momento che molte famiglie non si aspettano e che colpisce più di quanto pensino: è l’ultima volta che si vede la persona.
Lo diciamo sempre prima, e chiediamo chi vuole esserci. Non c’è nessun obbligo, in nessuna direzione.
Se volete lasciare qualcosa, è quello il momento.
È il trattamento estetico del defunto, e la esegue un tecnico specializzato: noi non la facciamo internamente.
Non la proponiamo se non serve. Ha senso in alcune situazioni — una malattia che ha cambiato molto l’aspetto, un intervallo lungo prima del funerale, il desiderio esplicito della famiglia — e in molte altre no.
Se ve la propone qualcuno come voce standard, chiedete perché.
Capita che ci sia scritto qualcosa: come vestirlo, cosa mettergli vicino, un oggetto da conservare a qualcuno.
Portatecele. Anche una frase detta a tavola vale, se qualcuno se la ricorda: sono le cose che rendono una vestizione la sua, e non una qualunque.
Quattro cose, e nessuna urgente il primo giorno. Ma le prime tre vanno decise prima della chiusura, e la chiusura arriva prima di quanto sembri.
Se lo desiderate, si può. Alcune famiglie lo chiedono, soprattutto per un genitore, ed è un gesto che molte persone raccontano come importante.
Vi accompagniamo noi. E se a metà non ve la sentite più, ci fermiamo e continuiamo noi.
Come volete. Molte famiglie li lasciano perché senza non lo riconoscono, altre li conservano proprio per quello.
Vale per gli occhiali, la dentiera, un cappello, un fazzoletto da collo: sono le cose che rendono una persona riconoscibile.
Li scegliete voi e li ritiriamo noi, oppure li portate quando volete. Non c’è fretta: serve prima della vestizione, non prima.
Succede, soprattutto dopo una malattia lunga in cui i vestiti non entrano più.
Ce ne occupiamo noi. Ditecelo e basta, senza imbarazzo.
È una decisione piccola in un giorno pieno di decisioni, e a volte è quella che manda in blocco.
Se è così, delegatela: a un fratello, a un’amica di famiglia, a noi. Nessuno vi chiedera’ conto di non aver scelto un maglione.
Se ci sono nipoti piccoli, lasciare qualcosa è spesso il modo migliore per farli partecipare.
Un disegno, una letterina, un oggetto piccolo. È un gesto concreto in una situazione che per loro è tutta astratta, e le famiglie raccontano che aiuta.
Va spiegato prima cosa succedera’ e va lasciata la scelta: chi non vuole, non deve.
Dopo una malattia lunga, o dopo un ricovero prolungato, l’aspetto può essere molto diverso da come la famiglia la ricorda.
È una cosa che diciamo prima, sempre, e su cui vale la pena essere preparati.
Quello che possiamo fare:
L’ultima è la più utile: chi sa cosa aspettarsi regge molto meglio di chi entra alla cieca.
E se qualcuno preferisce non vederlo e ricordarlo com’era, va benissimo. È una scelta che molte persone fanno e di cui non si pentono.
Se avete un dubbio su cosa si può e cosa no, chiedetecelo: quasi sempre la risposta è che si può.
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Capita per una persona giovane, per chi aveva un’attivita’ in paese, per chi faceva parte di molte cose, o dopo una morte che ha colpito la comunita’.
Non è un funerale più bello: è un funerale più difficile da organizzare, e soprattutto più duro per la famiglia.
Se pensate che verrà molta gente, ditecelo al primo incontro.
Non è presunzione: è un’informazione operativa che cambia tutto. Con duecento persone si organizza diversamente che con trenta, e le decisioni vanno prese prima, non la mattina stessa.
È la prima cosa da verificare.
Con molte persone attese, l’audio esterno non è un lusso: è la differenza fra partecipare e stare in piedi a guardare una porta chiusa.
Lo verifichiamo con la parrocchia e ce ne occupiamo noi.
Nei centri abitati un funerale molto partecipato comporta un problema concreto: dove mettono l’auto duecento persone.
Cosa si fa:
Sembrano dettagli e non lo sono: un funerale che comincia in ritardo perché metà delle persone sta ancora cercando parcheggio pesa sulla famiglia.
È la parte più sentita nei nostri paesi, e va organizzata con qualche giorno di anticipo.
Se il defunto faceva parte di un gruppo — alpini, banda, corale, bocciofila, protezione civile, una societa’ sportiva — quel gruppo in genere vuole esserci, con il proprio labaro o semplicemente insieme.
Ditecelo il primo giorno: contattiamo noi i referenti. Un gruppo avvisato tardi non riesce a organizzarsi, e per la famiglia è un dispiacere che si poteva evitare.
Va stabilito un ordine e uno spazio, altrimenti si accavallano. È una cosa che si concorda in dieci minuti e che evita confusione il giorno stesso.
È la parte che conta di più e di cui nessuno parla.
In un funerale molto partecipato, i familiari stretti si trovano davanti a centinaia di persone che vogliono salutarli, ognuna per pochi secondi. È fisicamente e emotivamente sfiancante, e dura anche un’ora.
Cosa aiuta:
Stabilire dove si ricevono le condoglianze, invece di lasciare che accada ovunque. Un punto solo, all’uscita, ordina la fila e la fa scorrere.
Prevedere una via d’uscita. Un posto dove la famiglia può ritirarsi cinque minuti se non regge più.
Mettere qualcuno accanto ai familiari più fragili: un parente o un amico che li accompagni e che possa interrompere una conversazione troppo lunga.
Sedersi. Nessuno deve stare in piedi per un’ora. Se serve una sedia, la portiamo.
Con molte persone attese, la veglia in casa può diventare ingestibile.
Le alternative: una sala del commiato, dove disponibile, oppure orari di visita ristretti e scritti sul manifesto.
La seconda funziona sempre: se scrivete “visite dalle 15 alle 19”, la casa non resta aperta dalla mattina alla sera.
È la situazione in cui tutto quello che abbiamo scritto vale il doppio.
Vengono molte più persone, spesso giovani, spesso alla prima esperienza di un funerale. E la famiglia è nella condizione peggiore per gestire chiunque.
Due cose:
Delegate tutto quello che si può delegare. Le telefonate, l’accoglienza, i gruppi, la logistica. Non c’è niente che dobbiate fare voi.
Accettate che qualcun altro accolga. Non è scortesia verso nessuno: nessuno si aspetta che i genitori di un ragazzo stringano trecento mani.
Quando una morte colpisce la comunita’, può arrivare attenzione che la famiglia non ha chiesto.
Cosa potete fare:
Se è un tema, ditecelo: lo gestiamo noi con chi si presenta.
Verifichiamo capienza e audio con la parrocchia, ci coordiniamo con il Comune per la viabilita’, contattiamo i gruppi, e organizziamo l’accoglienza.
E vi diciamo prima, la mattina stessa, cosa succedera’ e dove dovete stare. In un funerale con molte persone, sapere in anticipo la sequenza toglie metà dell’ansia di quella giornata.
È una scelta legittima, anche quando la persona era conosciuta, e le famiglie hanno paura a dirlo.
Si può:
L’ultima è la soluzione che concilia tutto: il funerale in privato, e a distanza di settimane una messa o un incontro aperto a chi vuole esserci.
Nessuno lo interpreta male, e alla famiglia risparmia il giorno peggiore.
Nei funerali molto partecipati la famiglia arriva a fine giornata svuotata, e spesso non ha visto nessuno davvero.
Due cose che aiutano:
Il libro delle firme. Con duecento persone è l’unico modo per sapere chi c’era: nessuno ricorda niente di quelle ore.
Un momento ristretto dopo, con le persone più vicine. È li’ che si riesce a parlare, non sul sagrato.
In un funerale con molte persone c’è una tentazione comprensibile: cercare di esserci per tutti.
Non ce la farete, e non è quello che nessuno si aspetta.
Chi viene, viene per la persona che è morta e per farvi sentire che c’è. Se non riuscite a parlare con qualcuno, se non ricordate chi avete salutato, se a un certo punto vi sedete e basta — nessuno lo notera’ come temete.
Il libro delle firme dira’ chi c’era, e potrete ringraziare dopo, con calma.
Nei funerali molto partecipati il contraccolpo arriva il giorno successivo: la casa si svuota, il telefono smette, e resta il silenzio.
È un passaggio comune e vale la pena aspettarselo. Se qualcuno vi propone di esserci anche il giorno dopo, accettate: è li’ che serve più che al funerale.
Più del solito, in questi casi.
Un funerale con molte persone si organizza bene se si hanno due o tre giorni. La mattina stessa non si recupera più niente: ne’ l’audio esterno, ne’ i gruppi, ne’ la viabilita’.
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Passato il primo anno, resta una domanda che nessuno formula ad alta voce: come si fa a non perderlo del tutto?
Non è una preoccupazione sentimentale. È una cosa concreta: le persone si dimenticano, e chi non è stato raccontato sparisce nel giro di due generazioni.
Non i fatti: quelli restano nei documenti.
Si perdono la voce, il modo di muoversi, le frasi che diceva, il motivo per cui in famiglia si usa una certa espressione.
E si perdono i nomi nelle fotografie: chi è quella donna in seconda fila, di chi era la casa, in che anno.
È la cosa più urgente di tutte, e nessuno la fa.
Prendete le fotografie vecchie e fatevi dire chi sono le persone, dove e quando. Scrivetelo dietro, a matita.
Fra dieci anni non ci sarà più nessuno che lo sa.
Se qualcuno della generazione precedente è ancora in grado di raccontare, registratelo. Basta un telefono.
Le famiglie che lo hanno fatto lo considerano la cosa più preziosa che possiedono. Quelle che non lo hanno fatto lo rimpiangono sempre.
Sembra banale e non lo è. In molte famiglie della zona una ricetta è l’unica cosa che passa integra da una generazione all’altra.
Scrivetela mentre qualcuno sa ancora farla.
Non quelli di valore: quelli d’uso.
Le cose che le persone, a distanza di anni, sono contente di aver tenuto:
Tenetene pochi. Una scatola, non una stanza.
Sono quello che regge davvero nel tempo, perché si ripetono senza sforzo.
Qualche esempio, dalle famiglie che conosciamo:
L’ultima è quella che fa passare la memoria: chi sapra’ chi c’è dentro quella tomba, fra trent’anni, sarà solo chi ce l’ha portato qualcuno.
È il modo in cui una persona continua a esistere per chi non l’ha conosciuta.
Cosa funziona:
I bambini hanno bisogno anche di ridere di chi non c’è più. Un nonno raccontato solo con la voce rotta diventa una figura triste, non una persona.
È la parte nuova, e la più fragile.
Le fotografie di oggi non stanno in un album: stanno in un telefono, e spariscono con lui.
Tre cose che vale la pena fare:
Per molte persone resta il luogo del ricordo, e va bene.
Vale la pena portarci qualcuno ogni tanto, e non solo nelle ricorrenze: un pomeriggio qualunque, senza folla, è molto più semplice per parlare.
Se non ce la fate ad andarci, non fa niente. Non esiste una frequenza giusta, e chi non ci va non vuole meno bene.
Nei primi tempi ricordare può essere insopportabile, e alcune persone evitano tutto: fotografie, oggetti, discorsi.
È normale, ed è temporaneo per la maggior parte delle persone.
Se pero’ l’evitamento dura anni, o se al contrario non si riesce a fare altro che ricordare, vale la pena parlarne con qualcuno. Sono i due estremi che segnalano un lutto che fatica a muoversi.
Non serve fare molto.
Una persona resta viva se ogni tanto qualcuno dice il suo nome ad alta voce davanti a qualcun altro. Tutto il resto — le tombe, gli oggetti, le fotografie — serve a rendere quel momento più facile.
Se avete perso qualcuno di recente, queste sono le cose che si recuperano ora e non si recuperano più fra dieci anni:
L’ultima voce sorprende: capita di trovare la voce di una persona in un vecchio video di un compleanno, e per molte famiglie è l’unica rimasta.
In quasi tutte le famiglie c’è una persona che sa: chi erano i nonni, chi è quel cugino, com’era la casa vecchia.
Quando quella persona muore, il pezzo di storia che aveva se ne va con lei — e nessuno se ne accorge finché non serve.
Se nella vostra famiglia sapete chi è, fatevi raccontare adesso. È l’unica cosa di tutta questa pagina che ha una scadenza.
Non serve niente di complicato. Una scatola e una cartella sul computer:
L’ultima riga è pratica e nessuno la pensa: fra due generazioni, sapere dove sono sepolti i propri è un’informazione che si perde con facilita’.
Un bambino che perde un nonno a quattro anni non se lo ricordera’. Quello che avrà è cio’ che gli verrà raccontato.
Cosa aiuta:
La quarta voce è quella che funziona meglio: “tuo nonno faceva questa faccia quando era arrabbiato, identica alla tua” costruisce un legame che nessuna spiegazione produce.
Nella nostra zona, nei cimiteri di paese, ci sono lapidi di cent’anni fa con nomi che nessuno sa più chi fossero.
Non è una cosa triste: è come funziona. Quello che si può fare è rimandare quel momento di una o due generazioni, raccontando finché c’è qualcuno che ascolta.
Ed è abbastanza.
È il lavoro più urgente e il più semplice.
Un pomeriggio, e resta per due generazioni.
Nulla di quello che avete letto qui è obbligatorio.
Chi non tiene fotografie, non racconta e non va al cimitero non sta dimenticando nessuno: sta solo ricordando in un altro modo.
Non serve aver deciso niente, e non serve avere i documenti pronti. Se avete un dubbio, chiamate: rispondiamo anche solo per spiegarvi come funziona.
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Dopo il funerale, nella tradizione delle nostre parrocchie, ci sono momenti che scandiscono il primo anno. Non sono obbligatori, e per molte famiglie sono più importanti del funerale stesso.
Il giorno del funerale la famiglia è travolta: non si vede nessuno, non si ricorda niente, si sta in piedi per ore.
Alle messe successive si arriva più presenti, con meno gente, e si riesce davvero a esserci.
Molte persone raccontano che il momento in cui hanno salutato davvero è stato la trigesima, non il funerale.
Si celebra circa una settimana dopo, e in molte parrocchie della zona è consuetudine.
È un momento raccolto, con poche persone: la famiglia stretta e chi era più vicino.
A circa un mese dal decesso.
È la più sentita, e coincide con un passaggio preciso: è il momento in cui la casa si è svuotata, le telefonate sono finite e il lutto comincia a pesare davvero.
Per molte famiglie è l’occasione di ritrovarsi quando l’emergenza è passata.
A un anno, e poi negli anni successivi.
In molte parrocchie viene ricordato nelle intenzioni della messa domenicale, senza bisogno di una celebrazione dedicata.
Si chiede in parrocchia, di persona o per telefono.
Serve indicare il nome del defunto e la data desiderata. È consuetudine lasciare un’offerta, di importo libero.
Nella pratica, per la prima messa ce ne occupiamo spesso noi insieme al resto: ditecelo al primo incontro se la volete.
Il primo è quello che nei nostri paesi funziona meglio. Ce ne occupiamo noi.
La messa non è l’unico modo di segnare quei momenti.
Alcune alternative che le famiglie usano:
Il punto non è il rito: è avere un momento, ripetibile, in cui si dice il suo nome ad alta voce davanti a qualcuno.
Chi ha una tradizione da ripetere attraversa meglio gli anniversari di chi non ne ha.
Il motivo è pratico: senza un momento definito, la data arriva addosso e ognuno la passa da solo pensando che gli altri se ne siano dimenticati.
Con una ricorrenza, anche minima, ci si ritrova.
A queste celebrazioni viene meno gente che al funerale, ed è normale: non tutti sanno, e molti non se lo aspettano.
Non prendetela come dimenticanza. Se volete che qualcuno ci sia, avvisatelo direttamente: la maggior parte delle persone ci va volentieri e non ci ha semplicemente pensato.
Andateci, se potete.
Sono i momenti in cui la famiglia si sente più sola, e la presenza vale più che al funerale, dove c’era mezzo paese.
Un messaggio in quei giorni, se non potete esserci, vale più di dieci biglietti a settembre.
Nei paesi del Roero la commemorazione dei defunti resta molto partecipata: si va al cimitero, si sistemano le tombe, ci si incontra fra famiglie.
Molte parrocchie celebrano una messa al cimitero, con la lettura dei nomi di chi è morto nell’anno.
Per chi è al primo anno può essere pesante: molte persone che si avvicinano, condoglianze ripetute.
Chi non se la sente può andarci un altro giorno, quando il cimitero è vuoto. Non è mancanza di rispetto, e per molti è l’unico modo di starci davvero.
Non c’è nessun obbligo di fare nulla di tutto questo.
Alcune famiglie fanno tutte le celebrazioni, altre nessuna, altre inventano qualcosa di proprio.
Nessuna delle tre cose dice qualcosa su quanto si voleva bene a quella persona.
Il terzo punto è quello che fa la differenza fra una chiesa vuota e una chiesa piena: alle messe successive al funerale nessuno arriva per caso.
Oltre alle celebrazioni dedicate, in tutte le parrocchie è possibile chiedere che il defunto venga ricordato nelle intenzioni di una messa domenicale.
È la forma più semplice e la più usata negli anni successivi: non richiede organizzazione e si può chiedere quando si vuole.
Capita spesso, e si risolve facilmente: chi vuole partecipa alla messa, e ci si trova tutti dopo.
Nessuno deve essere presente a un rito che non gli appartiene, e nessuno deve rinunciare a uno che gli appartiene.
Non esiste una tariffa. È consuetudine lasciare un’offerta libera alla parrocchia.
Se non siete in condizione di lasciarla, nessuno ve la chiedera’ e la messa si celebra comunque.
Molte famiglie ricordano il defunto ogni anno per qualche tempo, poi diradano. È normale e non significa dimenticare.
Alcune mantengono l’anniversario per decenni, spesso accorpando più familiari nella stessa celebrazione: è una soluzione pratica e molto usata nelle famiglie numerose.
Capita, e capita a tutti.
Si può chiedere la messa in un altro giorno, senza problemi. Il ricordo non ha un termine di scadenza, e nessuno tiene il conto oltre voi stessi.
Non per ragioni religiose, ma per una pratica.
Il giorno del funerale la famiglia non c’è davvero: è travolta, non vede nessuno, non ricorda niente.
Una celebrazione a distanza di settimane è l’occasione in cui si riesce a stare presenti, e in cui chi vuole salutare può farlo senza la fila di cento persone.
Molte famiglie raccontano che il momento in cui hanno davvero salutato è stato quello.
Se la messa non vi appartiene, va bene qualunque altra cosa: un pranzo, una visita al cimitero insieme, una serata a guardare fotografie.
L’importante è che sia a distanza di qualche settimana, quando l’emergenza è passata e si è in grado di esserci.
Per la prima celebrazione ce ne occupiamo spesso noi, insieme al resto: ditecelo al primo incontro.
Per quelle successive, è una telefonata in parrocchia. Se volete un manifesto, lo prepariamo noi anche a distanza di mesi.
Segnatevi la data del trigesimo il giorno stesso del funerale, mentre qualcuno ci pensa.
È il periodo in cui si perde il conto dei giorni, e molte famiglie se ne accorgono quando è già passato.
Non serve aver deciso niente, e non serve avere i documenti pronti. Se avete un dubbio, chiamate: rispondiamo anche solo per spiegarvi come funziona.
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È la parte del funerale di cui si parla meno e che nei paesi conta di più: il momento in cui il defunto esce dalla chiesa e le persone lo accompagnano.
Nei paesi del Roero è ancora frequente che siano figli, nipoti o amici, almeno per un tratto. In altri casi lo facciamo noi.
Non c’è una regola e non c’è un obbligo in nessuna delle due direzioni.
Ditecelo il giorno prima. Ci organizziamo, spieghiamo come si fa e restiamo accanto.
Servono in genere quattro o sei persone. Vale la pena sapere che il peso è rilevante e che il tratto è spesso in salita o su scale: chi non se la sente non deve, e non è una mancanza.
È altrettanto normale. Ce ne occupiamo noi, e nessuno lo nota.
Il tragitto dalla chiesa al cimitero è spesso breve, e una parte delle persone lo fa a piedi dietro al feretro.
È una tradizione ancora viva nei nostri Comuni, e per molte famiglie è il momento più sentito di tutta la giornata: il paese che accompagna.
Ad Alba o a Bra ci si sposta in auto. Il corteo procede compatto, con i mezzi che seguono il carro.
Il feretro viene trasportato in auto e le persone raggiungono il cimitero autonomamente. In quel caso è utile che qualcuno dica ad alta voce, all’uscita, dove ci si ritrova e a che ora.
Consueto e non obbligatorio: il feretro, i familiari più stretti, poi tutti gli altri.
Chi porta i fiori li porta davanti o accanto.
Non serve che nessuno organizzi nulla: si forma da solo.
Non è obbligatorio andare al cimitero. Molti salutano in chiesa e non proseguono, ed è normale.
Se andate, si resta un po’ indietro, si lascia spazio alla famiglia, si saluta e si va.
Il feretro raggiunge il punto della sepoltura. C’è in genere una breve preghiera o un momento di raccoglimento.
Poi avviene la sepoltura vera e propria: inumazione, tumulazione, o la partenza per la cremazione.
Si può, ed è una scelta personale. Alcune persone restano fino alla fine, altre preferiscono andarsene prima.
Entrambe le cose vanno bene, e non serve giustificarsi.
Se ci sono bambini, valutate: la chiusura del loculo o il riempimento della fossa possono essere immagini forti.
Nel caso del loculo, il feretro viene collocato e lo spazio viene chiuso. È un’operazione che richiede qualche minuto e viene eseguita dal personale del cimitero.
Nel caso della sepoltura in terra, il feretro viene calato nella fossa. Molte famiglie posano un fiore o una manciata di terra: è un gesto che non ha nulla di obbligatorio e che molti trovano utile.
Se volete, si può organizzare qualcosa che coinvolga chi partecipa:
Al cimitero non ci sono vincoli liturgici: è lo spazio in cui si può fare quello che in chiesa non si poteva.
Il momento in cui ci si saluta e ognuno torna alla propria giornata è spesso il più brusco.
Alcune famiglie si ritrovano a casa o al ristorante. Non è un obbligo, e non è mancanza di rispetto: molte persone raccontano che quel pranzo, con le storie e qualche risata, è stato il momento in cui hanno cominciato a respirare.
Se non siete invitati esplicitamente, non presentatevi: quel momento è per la famiglia stretta.
Organizziamo il trasferimento, coordiniamo il corteo, teniamo i rapporti con il personale del cimitero e ci assicuriamo che tutto sia pronto quando arrivate.
E vi diciamo prima cosa succedera’, passo per passo. È la cosa che le famiglie apprezzano di più: sapere in anticipo cosa aspettarsi toglie metà dell’ansia di quella mattina.
Nei paesi il corteo a piedi esclude chi ha difficolta’ motorie, e sono spesso le persone che al defunto erano più legate.
Due soluzioni pratiche:
Vale la pena dirlo ad alta voce all’uscita dalla chiesa: chi non se la sente di camminare spesso non chiede, e resta indietro da solo.
Nei centri abitati il corteo comporta un rallentamento della circolazione. È una situazione ordinaria e prevista.
Dove il tragitto attraversa strade di scorrimento, ce ne occupiamo noi con il Comune.
È il momento più forte di tutta la cerimonia, e vale la pena saperlo prima: molte persone che avevano retto fino a quel punto cedono li’.
È anche il momento in cui, se avete scelto un brano da ascoltare, funziona meglio.
Nei nostri paesi capita spesso che il defunto facesse parte di un gruppo: alpini, bocciofila, coro, banda, corale parrocchiale, protezione civile.
La partecipazione del gruppo — con il labaro, il gagliardetto, o semplicemente presente insieme — è una delle cose più sentite di tutta la giornata.
Va organizzata con qualche giorno di anticipo. Se il defunto apparteneva a un’associazione, ditecelo il primo giorno: contattiamo noi il referente.
Al termine, al cimitero, non c’è un segnale che dica che è finita.
Se siete la famiglia, potete semplicemente cominciare a salutare: le persone capiscono e vi seguono.
Se partecipate, la regola è quella di sempre: due parole, e via. Chi passa velocemente aiuta più di chi si ferma.
Capita spesso: la cerimonia si tiene dove viveva, la sepoltura dove c’è la tomba di famiglia.
In quel caso il corteo si scioglie all’uscita dalla chiesa, e solo i familiari e chi vuole raggiungono il cimitero, spesso in un altro paese.
Va detto ad alta voce all’uscita, con l’indicazione del Comune e dell’orario: è l’informazione che manca più spesso, e chi non la sente resta fermo sul sagrato senza sapere cosa fare.
Finita la sepoltura, ognuno torna alla propria giornata. È il momento più brusco di tutti.
Se la famiglia ha previsto un momento insieme — un caffe’, un pranzo — è bene dirlo li’, specificando chi è invitato. In caso contrario, va bene salutarsi e basta.
La mattina del funerale vi spieghiamo la sequenza: a che ora arriviamo, quando esce il feretro, dove vi mettete, cosa succede al cimitero.
Sapere in anticipo cosa aspettarsi toglie metà dell’ansia di quella mattina, ed è la cosa che le famiglie ci dicono di aver apprezzato di più.
Succede, e non cambia nulla: il corteo si fa lo stesso, più breve.
Portiamo noi gli ombrelli e ci occupiamo del riparo all’uscita e al cimitero. Non è una cosa a cui dobbiate pensare voi.
Non serve aver deciso niente, e non serve avere i documenti pronti. Se avete un dubbio, chiamate: rispondiamo anche solo per spiegarvi come funziona.
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I fiori sono la parte del funerale che si vede di più e che si decide più in fretta, spesso senza sapere cosa si sta scegliendo.
Quattro cose bastano per scegliere bene anche in dieci minuti.
È la composizione che sta sul feretro. Quella della famiglia più stretta, e la più visibile.
Se dovete scegliere una cosa sola, è questa: un copri-cofano curato vale più di sei composizioni messe insieme in fretta.
Più piccolo, spesso di figli o nipoti, appoggiato sul cofano o accanto.
La forma tradizionale con il nastro, tipicamente di parenti, colleghi, associazioni.
Accompagnano l’ingresso o l’altare.
Segue quello che la parrocchia consente, e le indicazioni non sono uguali ovunque: alcune chiese limitano le composizioni sull’altare o nella navata.
Chiediamo noi prima di ordinare.
Un fiore fuori stagione costa il doppio, arriva meno fresco, e a volte non arriva affatto.
Cosa funziona nei nostri mesi:
| Stagione | Fiori che reggono |
|---|---|
| Autunno | Crisantemi, dalie, ortensie tardive |
| Inverno | Rose, gigli, orchidee, verde strutturale |
| Primavera | Peonie, tulipani, ranuncoli, ortensie |
| Estate | Gigli, rose, girasoli, gerbere |
Il verde — eucalipto, felci, foglie strutturali — regge la composizione e la fa sembrare più ricca senza aumentare la spesa. È il consiglio più utile di questa pagina.
In Italia è il fiore dei defunti per convenzione, ed è perfetto in autunno. In altri Paesi non ha lo stesso significato: se ci sono parenti stranieri, può generare qualche sorpresa.
Non è un problema, ed è una cosa che vale la pena sapere.
Il bianco resta il più scelto: sobrio, adatto a tutto.
Il rosa e il pesca addolciscono, e si usano spesso per le donne.
Il rosso è forte e va usato con criterio: funziona per un coniuge, meno in generale.
I colori accesi si scelgono per una persona giovane, o per chi era così.
Non c’è una regola: c’è quello che somiglia alla persona. Un girasole per chi passava le giornate in campagna dice più di una composizione perfetta.
Sempre più famiglie chiedono che al posto dei fiori si faccia un’offerta a un’associazione: quella che ha seguito il malato, un ente del paese, la parrocchia.
Si scrive sul manifesto e sull’annuncio. La formulazione ha il suo peso: deve essere chiara senza sembrare un rifiuto verso chi i fiori li avrebbe portati volentieri.
Alcune famiglie scelgono una via di mezzo: solo il copri-cofano della famiglia, e per gli altri l’offerta.
È la domanda di chi partecipa, non della famiglia.
Le composizioni vanno ordinate appena la data è fissata.
In alta stagione o durante le festivita’ il margine si stringe e la scelta si riduce sensibilmente.
È una domanda che nessuno fa e che poi si pone.
Dopo la cerimonia le composizioni vengono in genere portate al cimitero e collocate sulla sepoltura. Durano pochi giorni, poi vengono rimosse dal personale.
Alcune famiglie chiedono di portarne una parte a casa, o di donarle a una chiesa o a una struttura. Si può fare: ditecelo prima.
Nei nostri paesi capita, e funziona più di quanto si creda.
Un fiore preso dal suo giardino, o dalla vigna, o dal campo dove lavorava, posato sul feretro da chi lo conosceva, è uno dei gesti che le persone ricordano.
Non costa niente ed è più suo di qualunque composizione.
È la domanda che nessuno fa e su cui si spende senza criterio.
| Situazione | Cosa basta |
|---|---|
| Funerale sobrio | Il solo copri-cofano |
| Funerale in chiesa | Copri-cofano più due composizioni all’altare |
| Con molte persone attese | Aggiungere l’ingresso |
| Cerimonia civile in sala | Copri-cofano e un allestimento leggero |
Oltre, si accumula senza che si veda la differenza.
Nella pratica arrivano da parenti, colleghi, associazioni, vicini. La famiglia non deve coordinarli: arrivano e vengono collocati.
Quello che vale la pena fare è tenere i biglietti: nelle settimane successive nessuno ricorda chi ha mandato cosa, e servono per i ringraziamenti.
Li raccogliamo noi e ve li consegniamo.
Non tutte le confessioni prevedono i fiori allo stesso modo, e in alcune non sono previsti affatto.
Se il funerale segue un rito diverso da quello cattolico, chiedete prima: è una delle cose in cui si sbaglia in buona fede.
È il dettaglio che identifica chi manda la composizione: “i figli”, “i nipoti”, “i colleghi dell’ufficio”, “la bocciofila”.
Va deciso al momento dell’ordine. Se non sapete come formularlo, la regola è semplice: come vi chiamerebbe il defunto.
Le convenzioni sui colori valgono meno, e molte famiglie scelgono composizioni chiare e vivaci, o fiori legati a qualcosa che la persona amava.
Non c’è nulla di irrispettoso: è spesso quello che chi partecipa ricorda.
Quando la data è fissata a meno di ventiquattro ore, la scelta si riduce a quello che il fiorista ha in negozio.
Non è un problema, ma vale la pena saperlo per non aspettarsi qualcosa di particolare. In quei casi il consiglio è semplice: una composizione ben fatta con i fiori disponibili, invece di una complicata fatta di corsa.
Non è un codice rigido e nessuno lo verifica, ma qualche riferimento aiuta a scegliere:
| Fiore | Associato a |
|---|---|
| Giglio bianco | Purezza, il più classico nel rito cattolico |
| Rosa bianca | Affetto, rispetto |
| Rosa rossa | Amore, tipicamente da un coniuge |
| Crisantemo | In Italia, il fiore dei defunti |
| Garofano | Ricordo |
| Orchidea | Eleganza sobria, dura a lungo |
| Gerbera, girasole | Vitalita’, per chi era così |
L’ultima riga è quella che vale più delle altre: il fiore giusto è quello che somiglia alla persona, non quello che sta nel codice.
Se non sapete cosa scegliere, ditecelo: proponiamo noi due o tre soluzioni in base alla stagione, allo spazio e a quanto volete spendere.
Non serve sfogliare un catalogo in un giorno in cui non si riesce a decidere niente.
È una scelta legittima e sempre più frequente, e non lascia il funerale spoglio: una candela, una fotografia, un oggetto suo bastano.
Va scritto sul manifesto, altrimenti arrivano comunque.
Nelle nostre zone molte famiglie hanno un giardino o un orto.
Un mazzo raccolto la mattina stessa, anche imperfetto, posato sul feretro da un nipote, è una delle cose che chi partecipa ricorda — e nessun fiorista può fornirlo.
Se volete farlo, ditecelo: lo teniamo da parte e lo collochiamo al momento giusto.
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