Onoranze funebriQuasi tutti hanno sentito parlare delle cinque fasi del lutto: negazione, rabbia, contrattazione, depressione, accettazione. E quasi tutti, quando si trovano dentro un lutto vero, si accorgono che le cose non funzionano cosi’.
Non e’ un vostro problema. E’ che quel modello non nasce per descrivere il lutto di chi resta.
Fu formulato negli anni Sessanta osservando persone che stavano affrontando la propria morte, non familiari in lutto. Venne poi esteso al lutto, e con il tempo si e’ trasformato in un percorso a tappe che nessuno ha mai dimostrato.
L’autrice stessa chiari’ negli anni successivi che non erano fasi da attraversare in ordine, ne’ uno schema da completare.
Il danno di quella semplificazione e’ concreto: chi non si riconosce nello schema pensa di sbagliare qualcosa.
Il lutto assomiglia molto piu’ a onde che a scale.
Ci sono giorni in cui si funziona bene e giorni in cui non si riesce ad alzarsi. Ci sono settimane buone seguite da un crollo senza motivo apparente. Ci si sente in colpa per aver riso.
E le emozioni non si presentano una per volta: sollievo e dolore insieme, amore e rabbia nello stesso pomeriggio.
Le prime settimane sono spesso vissute in una specie di anestesia. Si organizza il funerale, si parla con le persone, si fanno le pratiche, e sembra di guardare tutto da fuori.
E’ una reazione protettiva. Molte persone si spaventano di non sentire niente: non e’ freddezza, e’ il modo in cui la mente dosa.
Il momento peggiore arriva spesso a distanza di settimane, quando la casa si svuota e non chiama piu’ nessuno.
Chi sta intorno pensa che il piu’ sia passato. Per chi resta e’ l’inizio.
Cercare la persona nella folla, sentirla in casa, chiamarla per abitudine, alzare il telefono per raccontarle qualcosa.
E’ un’esperienza normalissima e spaventa molti. Non e’ un segno di squilibrio.
Verso i medici, verso chi c’era e chi non c’era, verso chi da’ consigli. A volte verso il defunto, e quella e’ la piu’ difficile da ammettere.
“Potevo insistere per un altro esame”, “l’ultima volta ero di fretta”, “non ero li’ quando e’ successo”.
E’ quasi universale, e quasi sempre riguarda cose su cui nessuno aveva potere.
Dopo una malattia lunga il sollievo c’e’, ed e’ il sentimento di cui ci si vergogna di piu’.
Non toglie nulla all’amore. Dice solo che erano mesi durissimi anche per voi.
Non esiste un tempo.
Quello che si osserva e’ che l’intensita’ cambia: nei primi mesi il dolore occupa quasi tutto, poi comincia a lasciare spazi. Non sparisce — si impara a portarlo, e la vita ricresce intorno.
Chiunque vi dica che dopo un anno dovreste stare meglio sta dicendo una cosa che non sa.
Il primo anno ha degli scogli prevedibili: il compleanno, l’anniversario del matrimonio, il Natale, il 2 novembre, l’anniversario della morte.
Sapere che arrivano aiuta. Molte persone stanno peggio nei giorni prima che nel giorno stesso.
Non c’e’ una soglia netta, ma alcuni segnali dicono che vale la pena parlarne con qualcuno:
L’ultimo punto merita una risposta immediata: parlatene subito con il vostro medico, o con un servizio di emergenza. Non e’ una cosa da tenere per se’ e non c’e’ nulla di sbagliato nel dirlo.
Chiedere aiuto non significa non farcela. Il primo passo piu’ semplice e’ il medico di base, che conosce i servizi disponibili sul territorio.
Non esiste un modo giusto di soffrire.
Chi piange tutti i giorni non ama di piu’ di chi torna al lavoro dopo una settimana. Chi tiene la camera intatta non e’ piu’ fedele di chi la svuota a marzo.
Quello che state facendo, in questo momento, e’ quasi certamente normale.
Al posto delle fasi, chi studia il lutto oggi descrive piu’ spesso un movimento a oscillazione: si alterna fra due modi di stare.
Ci sono momenti in cui si sta dentro la perdita: si piange, si guardano le fotografie, si va al cimitero, si parla di lui.
E momenti in cui si sta dentro la vita che continua: si lavora, si sistemano le pratiche, si ride con qualcuno, si pensa ad altro.
Il passaggio continuo fra questi due modi non e’ incoerenza: e’ esattamente il meccanismo che permette di reggere. Nessuno sopporterebbe il dolore a pieno regime per mesi, e nessuno puo’ evitarlo del tutto.
Se vi capita di sentirvi bene per un pomeriggio e in colpa la sera, quello che state facendo e’ funzionare correttamente.
Non e’ solo un’esperienza emotiva, ed e’ un aspetto quasi mai raccontato:
La confusione mentale spaventa molte persone, che temono di stare perdendo colpi. E’ una manifestazione comune del lutto e rientra.
Se pero’ i sintomi fisici sono importanti o persistenti, parlatene con il medico: il lutto puo’ slatentizzare o peggiorare condizioni preesistenti, ed e’ un periodo in cui vale la pena non trascurarsi.
Dopo una lunga malattia il lutto ha una forma diversa. Il dolore e’ spesso accompagnato da sollievo, e il sollievo da colpa.
C’e’ anche un vuoto specifico: per mesi le giornate erano organizzate intorno all’assistenza, e improvvisamente non c’e’ piu’ niente da fare. Quel vuoto e’ una delle esperienze piu’ comuni fra chi ha assistito, e prende alla sprovvista.
Perdere una persona con cui i conti non tornavano e’ piu’ complicato, non piu’ semplice.
Si piange anche quello che non c’e’ stato, e la possibilita’ di sistemare le cose si chiude per sempre. Rabbia e dolore convivono, e chi sta intorno spesso non capisce.
E’ una delle situazioni in cui parlarne con qualcuno di esterno aiuta piu’ che in altre.
Non serve aver deciso niente, e non serve avere i documenti pronti. Se avete un dubbio, chiamate: rispondiamo anche solo per spiegarvi come funziona.
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